Un recinto aperto dal Cuore – Storia di Yuri

I cani hanno sempre avuto la meravigliosa capacità di rendermi una persona migliore, se non altro perché da sempre contribuiscono in modo attivo a farmi capire cosa significhino amicizia e amore.

E poi, anche quando fisicamente non sono più con me da tanti anni, rimangono dentro di me, in quel cuore che hanno contribuito a rendere migliore.recinto

Il mio Yuri è stato forse il primo cane che ho sentito veramente mio Amico, un’amicizia purtroppo quasi patologica.

Mi piace ricordare tutto di lui, un cane fiero e orgoglioso anche nei periodi peggiori della sua vita.

Ho visto per la prima volta i suoi occhioni ed i suoi “denti” passando davanti al recinto, dove viveva in condizioni, a dir poco inaccettabili.

Quel recinto dal quale, quello che sarebbe diventato il mio “Yuri”, non usciva mai.

Ricordo che pensai a quanto doveva essere triste per lui essere costantemente chiuso in uno spazio che gli permetteva di muoversi liberamente, ma di correre per pochissimi metri.

Ricordo l’apparente rabbia con cui abbaiava rincorrendo come un pazzo qualsiasi macchina transitasse davanti al suo recinto. Sempre i soliti 4 metri. Sempre le solite macchine. Sempre la solita rabbia.

Ricordo con tristezza la pioggia e quel povero lupetto, di cui conoscevo solo il nome, ma a cui forse volevo già bene, lì fermo sotto la pioggia in un recinto fangoso, con una cuccia sfondata che lo costringeva a dormire quasi in terra, e quelle maledette macchine che lo infastidivano così tanto.

denti caneMai una carezza, mai una parola, mai un abbraccio, mai un po’ di calore. Gli unici amici erano la nebbia in autunno, il freddo e la neve in inverno ed il caldo soffocante in estate. Il mio Yuri – non lo era ancora ma in qualche modo sentivo già di volergli già bene – era sempre lì in quel recinto, senza mai uscire.

Ogni tanto una ciotola, con degli avanzi, appoggiata velocemente a terra, quasi con il fastidio di doverlo fare. Quel mio futuro Amico che viveva nei suoi escrementi che venivano tolti “a palate” quando la situazione era veramente insostenibile soprattutto nei confronti dei vicini.

Nonostante tutte quelle difficoltà, voglio ricordare quei momenti come il periodo in cui iniziammo a “corteggiaci” con discrezione, facendo finta di nulla e forse senza ammetterlo neppure a noi stessi.

Quello è stato davvero il periodo dei nostri primi timorosi e forse diffidenti sguardi.

Arrivavo con la macchina, guardavo verso di te e vedevo i “denti” di una cane che ai più sembrava feroce, ma a me sembrava semplicemente stanco ed esasperato dalla vita a cui era obbligato. Naturalmente non avevo trattamenti di favore, e probabilmente avesse potuto uscire avrebbe “assaggiato” sicuramente la macchina e forse anche me. Avevo un po’ di timore dei tuoi atteggiamenti, della tua postura, ma ho sempre avuto la sensazione che i tuoi occhi tradissero sentimenti certamente diversi da quelli che il tuo comportamento lasciava trasparire.

E allora iniziai a comprare qualche leccornia, mi divertiva farlo, e mi divertiva guardare i guinzagli, i cuscini, le cucce e tutto ciò che avrebbe potuto renderti la vita più facile o forse solo meno difficile. Ma erano solo pensieri perché tu avevi dei padroni, che per me non erano degni di tale nome, ma purtroppo questo bastava perché le mie rimanessero solo fantasie. Mi consolavo cercando qualcosa “di buono” che pensavo potesse farti piacere. Certo qualcosa di diverso degli avanzi a cui eri abituato o meglio obbligato.

Iniziò il periodo in cui ogni volta che arrivavo a casa, prendendomi come tutti coloro che passavano la mia giusta dose di abbai e feroci ringhiate, dopo aver parcheggiato tornavo da te. Anche se l’atteggiamento non cambiava, con cautela mi avvicinavo, tenendo d’occhio la finestra per essere certo che i tuoi padroni o presunti tali non mi vedessero e, soprattutto facendo attenzione alla distanza che ci separava, che doveva comunque essere di sicurezza, perché la tua espressione ed i tuoi ringhi non erano davvero rassicuranti.

Ricordo che le prime volte avvicinandomi cercavo di fare rumore con quel pacchetto di “leccornie” sperando che tu, magari distraendoti, smettessi di abbaiare.

I primi tentativi furono un completo insuccesso e allora non mi rimaneva che buttare, al di la del recinto, il bocconcino che speravo tu gradissi.

I primi bocconcini caddero alle tue spalle senza suscitare in te nessun apparente interesse.

Un po’ deluso mi allontanavo, e dopo qualche giorno scoprii un angolo dal quale poterti spiarti senza essere visto. E con piacere notai che appena io mi spostavo tu andavi a cercare il bocconcino, e forse con un po’ di suggestione provocata dal mio desiderio che fosse così, mi sembrava di vederti scodinzolare.

Arrivai ad odiare chi ti obbligava a quella situazione facendoti apparire un cane feroce, perché già allora ero ragionevolmente certo che questa “etichetta” non ti appartenesse.

Il bocconcino fu un nostro segreto per diverse settimane, ed ogni giorno succedeva qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo e inaspettato. Ancora oggi mi chiedo se la mia fosse davvero solo speranza che tu imparassi a conoscermi e che mi permettessi piano piano di avvicinarmi a te, a farmi convincere che qualcosa stesse cambiando. Quando arrivavo in macchina abbaiavi sempre meno e arrivavi apparentemente più felice, anche se le distanze dovevano rimanere di sicurezza.

Era in corso questo nostro “corteggiamento” che desideravo solo mi portasse a poterti accarezzare.

Sentivo che sarebbe stato speciale e forse avrebbe cambiato la vita di entrambi, quando iniziai a notare che i tuoi padroni erano sempre più assenti e venivano a portarti un po’ di “immondizia” da mangiare quando si ricordavano.

Il tuo atteggiamento sembrava essere peggiorato, forse legato alla fame, forse legato al tempo – sono passati 20 anni ma ricordo che quella primavera pioveva continuamente e tu, amico mio, eri un pulcino che abbaiava da lupo – o forse sentivi di essere stato abbandonato da coloro che non meritavano nulla, ma ai quali sicuramente tu, in quanto animo puro, volevi bene.

Le notizie raccontavano che i tuoi padroni si fossero trasferiti in un luogo dove non c’era posto per te.

E allora quale soluzione migliore che lasciarti, almeno temporaneamente dov’eri, nella speranza che la fame o gli stenti li aiutassero a sbarazzarsi di te.

Dovevo fare qualcosa, ma tu eri e rimanevi un cane davvero aggressivo, il tuo lato migliore erano i “denti” sempre in bella evidenza.

Decisi di correre qualche rischio. Ogni sera, dopo il rituale del bocconcino che nel frattempo non era mai terminato, venivo a sedermi sugli scalini adiacenti al tuo recinto e semplicemente stavo li vicino a te fermo. Ti guardavo con discrezione sperando che tu non la prendessi come una sfida. Ti lanciavo qualcosa da mangiare e me ne andavo, aspettando con piacere la sera successiva per potermi nuovamente sedere, un po’ vicino a te.

Dopo non molti giorni percepii quella che forse era solo curiosità, o forse era solo fame, in ogni caso  senza abbaiare ti avvicinasti a me.

Ci separava solo quel recinto.

Cercavo di rimanere ad una distanza che non ti permettesse di infilare il muso e mordermi. Forse non ci hai mai davvero pensato. Ma avevo davvero timore dei tuoi denti.Questa scenetta si ripeté puntuale per qualche giorno, e ogni sera ci avvicinavamo entrambi un pochino di più. Ora potevo percepire il tuo pelo sempre bagnato, che attraverso la recinzione, mi bagnava la spalla. Ricordo una sensazione di calore meraviglioso. La prima volta rimasi fermo a gustarmi quel nostro primo momento di intimità, e forse tu provasti le stesse cose.

Una sera mi portai delle sottilette, chissà perché le sottilette? e decisi che avrei provato a darti da mangiare dalle mani. Avevo fatto i calcoli e la previsione peggiore prevedeva la perdita di una falange distale. Dovevo comunque correre il rischio. Infilai, tenendola fra le dita, la sottiletta attraverso la recinzione. Tu eri molto vicino, e la tua reazione fu di stupore, di incredulità. Un essere umano, forse per la prima volta, provava a darti fiducia. Mi guardavi e quello sguardo non lo dimenticherò mai. Con la delicatezza di un bambino ti mangiasti la sottiletta lasciando il dito al suo posto. Quella sera non ricordo quante sottilette mangiasti. Io ero felice e tu per la prima volta forse avevi mangiato qualcosa di diverso, a parte i miei bocconcini, e soprattutto lo avevi fatto prendendolo dalle mani di un essere umano. Almeno mi illudevo che tu pensassi questo.

Non ti conoscevo, ma speravo che nessuno ti avrebbe mai più cercato. Certo era tutto difficile. Ma volevo farlo.

Sentivo ne sarebbe valsa la pena.

E così iniziammo a prepararti dei pasti freschi tutte le sere. Ti porgevo la ciotola aprendo poco il recinto. Avevo paura che scappassi, che mi mordessi. Non so effettivamente di cosa avessi paura. Sapevo che darti da mangiare potesse causare momenti di tensione. Aspettavo tu finissi di mangiare. Con calma prendevo la ciotola e approfittavo per sfiorarti nella speranza di non rovinare tutto.

Poi una sera decisi di farti uscire.

In fondo potevi solo andare in cortile. Ero tranquillo perché non potevi scappare. Ero preoccupato ma certamente fiducioso. Mi sedetti sui soliti gradini e aprii il cancelletto permettendoti di uscire. Chissà cosa avresti fatto? Pensavo saresti partito come un pazzo per correre finalmente libero, per più di quattro metri. Ero sicuro che lo desideravi e forse non lo facevi da anni. Ma forse qualcosa ti mancava molto più delle corse.

Ti avvicinasti a me sedendoti vicino alle mie gambe, in mezzo alle mie gambe.

Ricordo un’emozione intensissima ed un desiderio fortissimo di abbracciarti, ma non ti conoscevo abbastanza per farlo e allora mi limitai ad accarezzarti il costato umido, freddo e pieno di croste.

Ho la presunzione di pensare che quello fu davvero il “nostro momento”.

Approfittai, anche qui con un po’ di timore, per entrare nel tuo recinto, consapevole che fosse la tua casa e che le reazioni avrebbero potuto essere svariate. Volevo fare un po’ di pulizia e rendere almeno decente lo spazio dove vivevi. Con mio stupore mi seguisti in quel posto dove vivevi da anni senza mai uscire, ma forse ora avevi un motivo per entrare. Quel motivo forse ero io. Mi illudevo che fosse davvero così.

Purtroppo per ciò che stavo facendo avrei potuto essere denunciato. Tu Yuri non eri mio. Ti davo da mangiare senza permesso. Entravo in casa d’altri senza permesso. Pulivo senza permesso. Ma l’unica cosa che mi interessava davvero eri tu Amico mio.

Le uscite dal recinto divennero quasi giornaliere. Approfittavamo per passarti un panno umido sul muso. Per provare a spazzolarti. Ogni piccola cosa era una scoperta che poteva trasformarsi in un insuccesso, e sapevo quanto costruire la fiducia sarebbe stato un processo lento e difficile.

I proprietari di Yuri passavano forse una volta a settimana e non si accorsero mai, o forse facevano finta di nulla, di cosa stava succedendo.

Yuri doveva diventare mio! Doveva entrare nella nostra famiglia.

Sarebbe stato difficile. Ne eravamo tutti consapevoli. Ma dovevamo dare a lui e a noi questa opportunità. Decidemmo di chiedere ai proprietari di lasciarlo a Noi. Permetterci di prendersi cura di lui. La risposta fu di quelle che ti fanno scattare la mania omicida, ovvero: “Non sappiamo! Sapete lui è un cane di valore”. E sul significato di “cane di valore” si potrebbe aprire un dibattito lunghissimo.

Ciò che conta e che Yuri divenne il “nostro cane” per una cifra credo intorno alle 500.000 Lire. Forse qualcuno che legge non capisce cosa scrivo.

Yuri aveva quattro anni. Dei primi due non sapevamo nulla, gli ultimi due li aveva passati nel famoso recinto rincorrendo le macchine.

Era l’inizio della “nostra” avventura, e gli otto anni che seguirono furono meravigliosamente difficili.

Decidemmo di fare immediatamente una Assicurazione per coprire eventuali danni perché in effetti il nostro fantastico Yuri rimase per tutta la vita un adorabile discolo.

Non si abituò mai a vivere in casa e allora gli costruimmo un recinto nuovo, dove ormai era abituato a vivere. Un luogo nuovo, asciutto, una cuccia nuova e coibentata, e soprattutto per gli otto anni successivi non passò giorno senza che lui potesse correre spensierato nei prati o farsi un lungo bagno nel fiume.

Certo le passeggiate potevano diventare problematiche se passava una macchina, perché lui non perse mai quel vizio di “inseguire” che fini inevitabilmente per diventare una vera ossessione.

Scoprimmo piano piano le sue allergie e per anni mangiò patate bollite e carne di cavallo. Schiacciare le patate bollite divenne un rito, un modo per stare vicino, per dimostrargli il nostro affetto. Non esistevano certo le crocchette allergeniche!

Il mio Yuri diventò il cane più buono del mondo. Gli rimase un unico grande difetto: il sentimento che provava per me. La responsabilità che sentiva nei confronti della nostra amicizia e forse della mia vita. Questo limitò tantissimo la nostra vita sociale ma non ci impedì di goderci i nostri momenti di solitudine.

Lui ed Io.

Grande Yuri. E’ difficile spiegare perché quando eravamo insieme tu dovessi obbligatoriamente difendermi e proteggermi, probabilmente dal mondo. Questo ti rendeva aggressivo nei confronti di chi provasse ad avvicinarsi. Ti sedevi vicino a me, ti coricavi ai miei piedi e sembravi il cane più sereno del mondo. Ma il tuo mondo diventavano i due metri quadrati in cui c’eravamo tu ed io. Questo a te bastava. Nessuno poteva e doveva avvicinarsi. Nessuno. Scattavi come un serpente pronto ad aggredire chiunque minasse ciò che avevamo costruito con fatica.

Questo è rimasto per tutta la nostra vita insieme il “nostro unico grande difetto”. A me piace pensare che nella tua testa desideravi proteggere i nostri primi incontri sotto la pioggia attraverso quel recinto che ci separava e, nello stesso momento, ci univa.

Insieme abbiamo superato allergie alla polvere ed agli acari, un tumore ai testicoli, una importante displasia. Lo hai sempre fatto con coraggio e fiducia. Ci hai regalato emozioni e ricordi meravigliosi che a distanza di 20 e più anni sono chiari e presenti nel cuore e nella mente.

Non ho alcun rimpianto.

Rifarei tutto.

Dall’inizio alla fine.

Ho un solo rammarico Yuri Amico mio. Non averti potuto salutare stringendoti fra le braccia. Quel maledetto giorno il veterinario mi disse di farti entrare in una gabbia rassicurandomi che il giorno seguente, dopo le sue cure, saresti stato meglio. Ricordo i tuoi occhi che mi imploravano di non lasciarti li, ma allora non capii, o meglio mi fidai di quella persona che disprezzerò per il resto della vita.

Dopo poche ore mi telefonò dicendomi semplicemente che eri morto. Tornai in clinica immediatamente, e lui mi chiese stupito, ma vuole ancora vederlo? Risposi di si…

…e lui mi fece vedere un sacco dell’immondizia in cui ti aveva infilato.

Ecco Yuri il mio unico rimpianto. Non avere preso a pugni quel veterinario che ti aveva mancato di rispetto, aveva mancato di rispetto a chi aveva vissuto con orgoglio superando mille difficoltà, aveva mancato di rispetto a chi aveva imparato ad amare con tutto sé stesso. Ancora oggi quando incontro quella persona la guardo con odio, e non mi interessa se è diventato Direttore Sanitario o cos’altro. Per me rimane un emerito imbecille.

Ma sai Amico mio, in fondo in quel sacco c’era solo un corpo. La tua anima ed i tuoi meravigliosi occhi erano già nel mio cuore dove vivi stabilmente, in buona compagnia, anche ora.

Grazie Yuri.

Mi hai regalato la tua vita e dimostrato cosa significhi davvero amare.

Yuri

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